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Se i cittadini fanno i “sensori”

E' vero, in queste pagine volevo parlare anche di informatica civica e non solo di sicurezza ma non ne ho avuto mai l'occasione o almeno non quella giusta per cercare di dire cose non banali.

Un incidente all'acquedotto di San Felice del Benaco me ne dà l'opportunità perchè mi pare ci siano ben legati sia i temi della sicurezza che quelli della sovranità che i cittadini possono esprimere con i nuovi sistemi di rete sociale.

Da tempo stiamo richiamando l'attenzione sui temi del controllo delle infrastrutture critiche e sul fatto che sono soprattutto gli enti locali territoriali ad essere i più esposti ad incidenti per non parlare di veri e propri attacchi. Poco importa se si tratta di un guasto o di un attto deliberato: quella che è in gioco è la vita dei cittadini, e che si tratti dell'acquedotto o del catasto o del file con i nomi dei bambini al Centro Ricreativo, è altrettanto ininfluente.

L'esempio di Momo (al secolo Maurizio Molinari) che racconta, informa, si indigna ma non banalizza, è una chiave importante per capire come attraverso le reti civiche, i blog, i migliaia di messaggi i cittadini possono essere "sistemi di sorveglianza" e parte integrante del reticolo che protegge i nostri sistemi critici e non visti, come spesso accade, come antagonisti o peggio come spettatori a cui bisogna sempre nascondere la verità.

In questa storia ci sono a mio parere tre storie

1) I sistemi tecnologici che governano la nostra vita sono sempre più ”infrastrutture critiche” e, specialmente negli enti locali territoriali occorre una consapevolezza e responsabilità che non esiste e che va creata (ne stiamo parlando da anni e ora è il momento di agire davvero)

2) Gli ”incidenti” capitano perchè nulla nella vita ci è garantito e conta quello che si fa per prevenirli, per ridurne l’impatto quando accadono e per riportare la normalità nel più breve tempo possibile. Contano quindi le esercitazioni, le regole, i team che gestiscono la crisi.

3) L’informazione che nasce dai cittadini assume sempre di più un valore strategico nel nostro futuro: che si tratti di raccontare le feste e la gioia dei nostri figli o le manifestazioni a Teheran o la situazione del vostro acquedotto. E’ una grande responsabilità, raccontare, informare, chiedere conto, è un modo per esercitare la nostra sovranità respingendo il concetto di sudditanza che qualcuno vorrebbe.

Non c'è sicurezza che arrivi al di fuori di un pieno coinvolgimento attivo degli utenti stessi, la complessità dei sistemi a cui affidiamo il nostro vivere sociale è tale per cui nessuno può pensare di delegare ad altri senza assumersi la propria parte di responsabilità e nessuno può pensare di gestire senza rendere conto.

Questa storia mi preoccupa, come mi preoccupano le parole sentite dire in TV dal Sindaco de L'Aquila, ma sono anche estremamente fiducioso che la risposta sia in questo modo nuovo di interpretare una delle frasi più profonde del nostro dettato costituzionale "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

La sovranità appartiene al popolo, e non può essere delegata, ne può essere delegato l'esercizio ma i sovrani siamo e restiamo noi, con il diritto di sapere e con il dovere di agire